Filiera agroalimentare italiana. Troppo alto il prezzo delle inefficienze

28 ottobre 2009

Presentata a Roma la ricerca La filiera agroalimentare tra successi, aspettative e nuove mitologie. Luci e ombre di un mercato, quello di alimentari e bevande, che vale 215,3 miliardi di euro, il 23,3 per cento del totale dei consumi. De Berardinis: “Dobbiamo puntare ad un progetto di effettiva efficienza della filiera agroalimentare nazionale”.

ROMA, 28 OTTOBRE 2009 – Nel lungo passaggio dai campi alla tavola si perdono soldi a causa di troppe inefficienze, con il risultato che il prezzo dei prodotti cresce in misura vertiginosa. La ricerca La filiera agroalimentare tra successi, aspettative e nuove mitologie presentata da Nomisma in mattinata nella Sala capitolare del Senato della Repubblica a Roma contribuisce a fare chiarezza sui tanti passaggi e sulle inefficienze che caratterizzano una voce importante dell'economia nazionale. In Italia si spendono ogni anno per alimenti e bevande 215,3 miliardi di euro all’anno, il 23,3 per cento sul totale dei consumi. Alle spalle c’è una filiera agroalimentare che contribuisce al Pil per l’8,4 per cento e all’occupazione per il 12,6 per cento: una componente importante dell’economia nazionale, che patisce, tuttavia, l’estrema parcellizzazione dell’agricoltura, una pluralità di attori economici – ognuno dei quali grava sul prezzo finale di ogni prodotto e sottrae competitività al sistema agroalimentare nazionale – e un carico di imposte indirette tra le più alte in Europa. D’altra parte, la distribuzione moderna italiana presenta un grado di concentrazione al di sotto di quello dei principali Paesi europei. A ciò si aggiunge la penalizzazione di un sistema dei trasporti, sia su gomma sia su rotaia, che per le imprese italiane ha un costo chilometrico più elevato della media europea e di quello riscontrato in altri Paesi. Analogo discorso vale per il prezzo dell’energia elettrica per uso industriale. Il risultato è che per ogni 100 euro che si spendono in Italia per alimenti e bevande, 16 euro vanno all’agricoltore, 12 all’industria alimentare, 6 al commercio all’ingrosso, 5 alla distribuzione a libero servizio, 3 al dettaglio tradizionale e 17 alla ristorazione. A ciò si aggiungono 27 euro di costi per trasporti, energia, packaging e pubblicità, 9 di imposte dirette e 4 di... import. In Italia ci sono solo alcune filiere autosufficienti, tra le quali quelle del vino e delle carni avicole. La maggior parte ha bisogno di approvvigionarsi di materie prime all’estero. Una logica che “allunga” la già lunga filiera agroalimentare, con importanti riflessi sul prezzo finale di vendita al consumatore. Ma che è anche un drammatico autogol per il tanto sbandierato made in Italy alimentare. Portare in tavola prodotti meno costosi e garantire a tutti gli attori una giusta remunerazione significa ridurre i costi della filiera agroalimentare – più che intervenire sugli utili, data la loro ridotta incidenza – attraverso il recupero di efficienza e la riduzione dei tanti passaggi e intermediazioni, ognuno dei quali grava sul prezzo finale di vendita. “Occorre superare sterili polemiche e, partendo da un’analisi oggettiva della filiera agroalimentare nazionale, sviluppare un confronto tra produttori e moderna distribuzione che permetta di individuare insieme i punti critici e le possibili soluzioni: ciò a cui dobbiamo puntare è un progetto che permetta di recuperare efficienza a tutti i livelli della filiera”, fa notare il presidente di Ancd Conad, Camillo De Berardinis. “L’obiettivo è dare vita a progetti comuni in grado di garantire maggiori margini e di migliorare l’offerta al consumatore, rendendo più trasparente la formazione del prezzo. Dobbiamo costruire un tavolo di confronto propositivo, in grado di promuovere anche all’estero una qualità garantita tutta italiana e creare un circuito virtuoso che parta dal produttore per arrivare, con una filiera più corta possibile, e dunque più conveniente, al consumatore”. “La fase presente, di difficoltà generalizzata, deve essere utilizzata come un’occasione per razionalizzare e rendere più coerenti i rapporti all’interno della filiera”, afferma il presidente di Federalimentare Gian Domenico Auricchio, “Lo studio Nomisma conferma infatti che ancora molto si può e si deve fare per recuperare efficienza a vantaggio del consumatore finale: dai costi della logistica ai trasporti, ai prezzi dell’energia e dei servizi fino al sistema delle imposte. Gli agenti modernizzanti del Paese, in grado di produrre ricchezza e trasferire valore al consumatore sono proprio l’industria alimentare e la distribuzione organizzata. Per questo mi auguro che insieme nei prossimi mesi riusciremo finalmente a mettere a punto un protocollo d’intesa finalizzato al dialogo e alla trasparenza.” Chi è Ancd Conad Ancd Conad rappresenta tremila imprese commerciali associate in otto cooperative territoriali e nel Consorzio nazionale Conad al fine di promuovere lo sviluppo delle Pmi nel mercato distributivo. Ancd Conad aderisce all’Ugal, Organizzazione europea delle cooperative e dei gruppi di acquisto della distribuzione al dettaglio, e fa parte dell’Osservatorio nazionale del commercio, istituito presso il ministero dello Sviluppo economico. Chi è Federalimentare Federalimentare è la Federazione aderente a Confindustria che, con le sue 19 associazioni di categoria, rappresenta e tutela l’industria alimentare in Italia, seconda industria manifatturiera del Paese dopo quella metalmeccanica. In Europa, Federalimentare aderisce alla Ciaa - Confederazione delle industrie agroalimentari dell’Unione europea. Ufficio stampa Homina Pdc comunicazione Contact: Fabio Fogacci Tel. +39 051.264744 Fax +39 051.222190 Mob 338 7218262 - fabio.fogacci@hominapdc.it